Remo Brizzi [Ancona 1958 – Bentivoglio (BO) 2017]
Ci sono cose indefinibili e chiarissime. Esse sono o non sono. Cosi è l’arte delle pittura.
Per questo si può rispondere al lavoro di un pittore con un sí o con un no. Questi sono assoluti e altre parole sarebbero superflue.
I quadri certo parlano da soli, ma non a tutti. Si vede quello che si conosce, si sente quello che si è sofferto e, quando funziona, veniamo aspirati nell’immagine come da una grotta che ci invita a entrare e sembra non avere fondo. Infatti non ce l’ha.
L’archivio privato Remo Brizzi raccoglie a Livorno i quadri, i disegni e i progetti che potei trovare di mio fratello, dopo la sua morte. Grazie all’interessamento particolare dello storico d’arte Jacopo Suggi, che volle dedicargli anche un articolo sulla rivista Finestre sull’Arte, e altri appassionati e artisti locali che mi incoraggiano in tal senso, cerco ora di rendere finalmente noto il suo lavoro.
Emilio Brizzi
























Sembra inevitabile e forse lo è, che le persone sensibili debbano soffrire molto. Ogni morte è un lutto, ma la fine prematura di un artista è anche una grande perdita per tutti. Rimangono i quadri a dare un senso al loro destino ma anche ad arricchire la vita di chi li vede veramente. Loro non si immolarono coscientemente in redenzione della nostra ottusità, ma vissero le loro scelte e alterne fortune liberamente, sempre cercando di fare quello che fortissimamente dovevano, spesso senza badare alle conseguenze.
Livorno, 22 Aprile 2021












La pittura rappresenta la verità senza esserne una copia ma una rivelazione. E’ un’osservazione dell’esterno soggettiva e universale che trova nel tratto – il polso dell’autore – la sua unicità.
Se si possa parlare di educazione artistica in famiglia non saprei dire. Ci venivano ripetuti aforismi paterni, che non venivano mai spiegati, del tipo: “senza rapporti non c’ è pittura”, oppure: “nel ritratto la somiglianza è data dal rispetto della distanza fra fronte e occhi, occhi e naso, naso bocca, bocca mento” (puntualmente smentita da qualsiasi caricaturista da strada, che appunto stravolge queste proporzioni per comicità senza perdere di vista ma anzi accentuando il carattere del soggetto), oppure la frase attribuita a Cézanne: “Chi mi imita non mi ha capito” detta da chi, nostro padre appunto, non lo afferrò forse mai del tutto. Fummo però anche esposti agli odori penetranti e assuefacenti dell’olio di lino e della terpentina, alle tavolozze sporche e alle spatole di acciaio flessuoso, agli stracci per pulire i pennelli e alla pasta dei colori, alle cassette per dipingere all’aperto con le loro gambette di legno e il sostegno per le tele da fissare con delle vitine a farfalla, ai silenzi della campagna (dove peraltro Remo non volle mai dipingere) e alla sua noia padana- di colle o di piana.
Come tutti i bambini cresciuti negli anni sessanta, sentimmo parlare tanto a scuola dell’Arte Italiana, in particolare aneddoti tratti dalle Vite del Vasari – magari di Giotto di Bondone e di Michelangelo (non del Sodoma, che fece la sua comparsa all’università quando si ebbe accesso al testo integrale e se ne venne attratti per goliardico svago, aneddoto pecoreccio e politicamente incorretto come i “beati” anni settanta, ancora senza AIDS ma con occasionali bombe sui treni o in stazione centrale e colpi di P 38 sotto i portici di Via Zamboni). Nello scrivere di Remo non costa fatica vincere la tentazione vasariana di farne una biografia romanzata, perche c’è di meglio, ma nemmeno so abbastanza per produrre saggistica scientifica. Mio fratello era riservatissimo, e non parlava mai di cose sue intime. Lasciò tracce, segnali, contraddizioni. Artista sempre, forse poeta a volte, navigatore a vela per diporto come camionista per denaro, palchista tecnico del suono, sottotenente di complemento, meccanico di precisione, ispirato designer industriale, inventore leonardesco di lampade, schiaccianoci, spremiagrumi, mobili, falegname, motociclista spericolato. Amante dell’ozio come della velocità, della televisione a tutte le ore del giorno e forse di letture notturne, visto che quasi mai lo si vide con un libro in mano mentre sembrava conoscerli tutti a memoria. Fumatore ossessivo poi redento, collezionista di fascicoli settimanali comprati in edicola e di radio a batteria falso vintage, centellinatore di whisky scozzesi, addestratore di pesci tropicali d’acqua dolce, esteta della donna, modioso esigentissimo e trascurato straccione, locatore di stanze e stamberghe ammobiliate suo malgrado, fotografo, curioso di tutto, velocissimo di intuizione umana e timidissimo, tiratore istintivo micidiale con carabina e pistola, sterminatore di piccioni urbani cacaci sul suo bucato steso. Piú propenso alla balbuzie che allo sproloquio, amante dello sfizio nella vita e in cucina, del pepato estremo, del riso indonesiano, ospite munifico generosissimo, discreto e modesto, severo censore dei bimbi maleducati e di chi non rende quello che prende in prestito. Apolitico quando tutti erano impegnati, solitario anche alla Festa dell’Unità di Bologna quando ancora era la Festa dell’Unità di Bologna, scettico cosmico, prigioniero di Porta Lame e poi eremita urbano che usciva di casa solo la domenica mattina prestissimo per andare a vedere l’acqua che scorre all’indietro – anche adesso – sul naviglio rimordernato fra il MAMBO e il Cassero, sempre deserto a quell’ora. Vivemmo lontani telefonandoci tutti i giorni per ore. Quando venne a mancare persi davvero metà di me stesso, come se fossimo stati gemelli. Morí per primo il migliore.
info@archivioremobrizzi.org







Fra astratto e figurativo la distinzione non è nitida. Riguardando il punto di arrivo, almeno cronologico, di tutto il suo lavoro credo di vedere una costante: la crescente licenza pittorica di interpretare il soggetto e i canoni stessi della pittura in modo assolutamente personale. A partire dai supporti e dalle imprimiture che preparava: tele grezze scure oppure tavole a gesso bianco su fondo nero, il gesto stesso della pennellata viene volutamente lasciato a vista lasciando spesso grandi parti non finite o addirittura scoperte. Il colore in questi casi è sfumato e sottile, quasi mai corposo e materico se non in qualche accento, la cui collocazione e intensità forma il punto focale di uno sforzo di sintesi. Messo quello il resto basta, e il pittore si ferma molto prima di diventare “lumacoso”.













Le foto, come la realtà, sono per un pittore dei punti di partenza, mai di arrivo.










Ci si aspetta da un ritratto che sia somigliante, ma non si sa in che cosa questo consista esattamente. Il problema non è semplicemente tecnico, nè può essere risolto in modo definitivo dalla fotografia, visto che quasi nessuno si riconosce nelle proprie foto tessera, o in molte altre riprese di cui si dice di non essere venuti bene. Immaginiamoci un pittore, il cui sguardo si traduce in immagine solo attraverso all’intervento della mano, e capiremo quanto possa essere complesso inseguire le espressioni di un volto, o fissarne i lineamenti in modo fedelmente rappresentativo. Si aggiunga che in questo processo trapela sempre anche un’altra identità, che non è quella del soggetto ma appunto quella dell’autore, impossibile da nascondere in un medium tanto soggettivo quanto inevitabilmente deve essere la pittura. Da fotografo mi capitò spesso di vedere le versioni pittoriche dei “miei” ritratti rivisitate dal pennello di Remo, e di non trovarle somiglianti. Questo mi sembrava un gran problema, del quale tacevo imbarazzato per non offendere mio fratello. In retrospettiva capisco ora di non aver capito nulla, come del resto ci si poteva aspettare visto che il mio mestiere mi aveva deformato certe percezioni nel processo di educazione, spesso limitativa, imposto da quello che si chiama “occhio fotografico”. Questo è essenziale per chi voglia ottenere il meglio da un processo riduttivo come la fotografia, ma punitivo quando si tratti di capire un immagine che richiede un’altra sensibilità. Trovai un quadro, e sul suo retro incollata una pagina di rivista in cui si vedeva una fotografia di una modella dall’espressione drammatica, e di fianco un illustratore che ne stava ricavando un grande pannello iper realistico o foto realistico che dir si voglia, di grande esattezza e freddezza grafica. La tela di Remo invece è carica di sentimento, oltre ad essere assolutamente accurata dove deve esserlo, ma solo per liberarsi completamente appena può in vigorose pennellate. Di molti ritratti fatti su commissione trovai solo delle riproduzioni fatte maluccio, ma abbastanza chiare da farmi vedere come questo processo di potente traslazione fosse il suo stile unico di concepire la somiglianza.
















Vedo che il supporto lasciato vuoto ha uno scopo, anzi è quasi un fine quello di lasciare porzioni sempre maggiori della composizione praticamente a tela. Si potrebbe chiamare “spazio negativo” forse, un economia di tratti e di toni che impone una rigorosa disciplina e comporta grandi rischi per la giustezza assoluta che si richiede alle pochissime pennellate a cui si affida l’intero lavoro. Siccome Remo non iniziò a dipingere lasciando le tele semi vuote ma coprendole tutte, e solo dopo molti anni e in fasi progressive approdò a questo stile, credo che rappresenti il limite estremo della sua ricerca e delle sue energie. Sulla tela grezza, che grezza poi non è visto che veniva scelta con cura, e usata preferendola a tantissimi supporti pronti che mi sono arrivati intonsi provando che non aveva scarsità di mezzi, si dovevano spendere le ultime ore della sua attività che fu interrotta dalla malattia gravissima di cui morì prematuramente, senza aver a mio avviso terminato il suo potenziale. Non credo di aver trovato nulla di lasciato a metà, o forse tutto mi appare compiuto perchè anche il non finito per lui era frutto di una decisione consapevole. Non avrebbe smesso prima di avere qualcosa che poteva piacergli, e non avrebbe continuato una volta soddisfatto di qualcosa solo per “finire”. In parole povere: non fu la tela vuota a vincere per mancanza di idee, ma la vita dell’uomo a essere troppo breve per esprimerle tutte. Anche sedato, a occhi chiusi nel letto d’ospedale, continuò a tracciare nell’aria con la mano delle linee, e a comporre cose e colori che non potremo mai vedere.
Livorno, 11 maggio 2021
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